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UN FRUTTO PREZIOSO
A Bronte, ai piedi dell’Etna, la capitale
italiana del pistacchio, in una zona fertilissima bagnata dal fiume
Simeto e concimata dalle ceneri dell’Etna, sorge la Cooperativa Produttori
“Pistacchio Smeraldo”.
"Smeraldo" perché questo è il colore
del suo principale prodotto: il Pistacchio, l’oro verde di Bronte. Il clima
ideale, le ceneri e la lava dell’Etna, particolari accorgimenti nelle fasi di
produzione e di lavorazione favoriscono nel vasto territorio brontese la
maturazione di questo frutto dalle caratteristiche uniche in tutto il mondo.
GLI ARABI
Qui il pistacchio è stato introdotto dagli Arabi agli
inizi del millennio e, data la sua forte rusticità e resistenza, la pianta ha
trovato nei terreni vulcanici scarsamente coltivabili (le “sciare”) un
adattamento ideale.
Ha trovato qui il suo habitat naturale tanto da diventare la cultura arborea più
importante e significativa in termini di superficie investita e reddito prodotto
contribuendo a far conoscere la città di Bronte in tutto il Mondo come la “città
del pistacchio”.
I “lochi” (così sono denominati i pistacchieti a Bronte) sono da sempre un
elemento caratterizzante il territorio: in un ambiente di particolare bellezza
rappresentano il prodotto del lavoro di agricoltori che da tante generazioni
coltivano con passione e metodi tradizionali anche piccoli fazzoletti di terra e
sciare incastonati fra le numerose colate laviche.
I pistacchieti sono costituiti prevalentemente dalla varietà tipica della zona
“la Napoletana” sebbene nel territorio siano presenti anche le varietà
“Natarola” e “Femminella”.
IL TEREBINTO
A Bronte, è
tradizione tramandata da padre in figlio l’innesto di queste varietà su una
specie arborea, il Terebinto ("pistacia terebinthus"), pianta dalla
grande rusticità e resistenza alla siccità. |
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E' chiamata "scornabecco" o
anche "spaccasassi" e vale la pena ricordare che deriva dallo spagnolo
cornicabra (corno di capra), con lo stesso significato. Con un apparato
radicale molto profondo è capace di farsi strada fra le fessure della roccia
lavica, crescendo agevolmente anche su terreni sciarosi e difficilmente
coltivabili. Il terebinto viene utilizzato dagli agricoltori brontesi, fin
dall'antichità, come portainnesto della pianta di pistacchio ("pistacia vera").
E', a buon ragione ritenuto, quello che fornisce le migliori produzioni,
resistente alla condizioni climatiche locali e con il quale si ottengono piante
che producono un minor numero di frutti vuoti.
Per capire il significato del termine italiano "scornabecco", prendiamo a
riferimento la parola spagnola "cornicabra", letteralmente corpo di capra.
Quindi, a seguito di punture da parte di afidi nelle foglie del terebinto,
queste si trasformano in "galle" aventi forme di corno che in gergo
locale vengono dette "pipi", cioè peperoni.
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BRONTE è situata in
un’ampia vallata che degradando dall’Etna arriva fino alla riva sinistra
dell’alto corso del fiume Simeto. Ha una pianta geografica molto irregolare,
essendosi sviluppata tra grandi colate laviche adagiatesi su un ripido pendio
ricoperto di sciare e boschi. La sua superficie, di circa 26 mila ettari, risulta essere una
delle più vaste della Provincia di Catania.
L’altimetria del centro abitato varia dai 615 metri
nel punto più basso sito in contrada Sciarotta ai 900 metri circa in zona SS.
Cristo.
La posizione geografica del centro abitato è di 37°45’ di latitudine e di
38°25’ di longitudine.
Confina con le province di Enna e Messina e coi comuni di
Maletto, Randazzo, Tortorici, Longi, Cesarò, Troina, Centuripe, Adrano e
Maniace. I Nebrodi a Nord (coi suoi 1500 metri di altezza) marcano il
confine con il territorio in provincia di Messina.
La morfologia paesaggistica del territorio è particolarmente interessante e lo
rende un luogo di forti contrasti e dalle rilevanti diversità biologiche. Vi si
alternano zone dove predominano le sciare e le terre vulcaniche prodotte dalle
secolari eruzioni dell’Etna, boschi secolari, zone non sepolte da lava
particolarmente fertili, e terreni ricchi di strati cretosi che misto ai
pietrischi calcarei sono un luogo adatto alle piante da frutta. L’assoluta
unicità di questo territorio, rappresenta uno degli scenari paesaggistici più
interessanti di tutta la provincia catanese. Non per niente oltre la metà del
territorio brontese fa parte dei parchi siciliani dell’Etna, dei Nebrodi e dell’Ingrottato lavico del Simeto
(oltre 14000 dei circa 26000 che compongono l’intero
territorio). La superficie territoriale si amplia in maggior misura lungo la
direttrice nord-sud, con uno sviluppo massimo di circa 33 Km.
Questo spiega l'elevato grado di diversità biologica, la qualità delle entità
che sono rappresentate nel territorio ed il numero di soluzioni economiche
possibili sia per l'agricoltura che per la zootecnia. Il territorio che si
allunga con ampie verdi vallate dalla cima del Cratere Centrale (3.350 m.) fino
a quella di Monte Soro (1847 m.), sui Nebrodi, è caratterizzato da boschi
secolari, pregiati frutteti, estesi pistacchieti, coltivazioni di cereali e di
agrumi, vigneti, oliveti, castagneti e piante di ficodindia che convivono con
aride lande vulcaniche, grandi estensioni di lava e ampi pascoli. |
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L'«ORO
VERDE»" di Bronte, il pistacchio, nasce nelle sciare generate dalle eruzioni etnee, viene impollinato dal
vento e maturato dal caldo sole siciliano.
Naturalmente col lavoro “indefesso”
di noi brontesi.
A questo punto c’è da chiedersi perché quanto sopra avviene solo a Bronte. Forse
per un rapporto di amore-odio verso quel gigantesco vulcano che ci sovrasta e
che nel corso dei millenni ha provocato la desertificazione dei terreni con le
sue colate laviche; o forse perché noi brontesi, eredi di quel mitologico
gigante a nome “Bronte” vogliamo contrastare, riscattare i danni fatti dal
vulcano cioè la natura resa sterile, morta, appunto con le sue eruzioni e che
grazie al lavoro di generazioni è ritornata a vivere e a pulsare.
Quanto sin qui detto somiglierebbe al mito di Sisifo, condannato dagli dei, per
sempre, a far rotolare un masso fin sulla cima del monte. Masso che ricade
sempre verso il basso.
Metaforicamente parlando questa è la pistacchicoltura: un lavoro che richiede
grande sforzo e alla fine del quale ci si ritrova al punto di partenza, senza
alcun vantaggio dal momento che l’enorme produzione estera viene prodotta a
prezzi molto più competitivi rispetto ai nostri.
Inoltre non offre garanzie per
quanto riguarda l’impiego dei pesticidi e spesso i semi contengono il batterio
dell’aflotossina.
Tutto questo per la mancanza di leggi che tutelino o regolamentino la produzione
tipica locale.
L’ultima consolazione di noi produttori è l’avere un frutto che per “unicità” è
il vessillo dei sapori e colori di Sicilia. | | |
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